Quando noi genitori regaliamo uno smartphone ai nostri figli, secondo me, dovremmo spiegare loro alcune cose. Dovremmo dire loro che esistono delle regole di buona educazione anche quando si inviano sms, quando si chatta su WhatsApp o si scrivono post sui social network, proprio come nella realtà. Mi dispiace quando leggo alcuni articoli sui giornali o quando ricevo e-mail di genitori che mi scrivono raccontandomi episodi spiacevoli capitati ai figli online, mi infastidisce sapere che ci siano genitori che lasciano in mano ai propri figli uno strumento utilissimo ma – se usato male – anche pericolosissimo, senza preoccuparsi minimamente di spiegare loro come comportarsi in Rete. Non servono lauree o mille competenze specifiche per fare un minimo di educazione digitale ai bambini perché se si insegna l’educazione “reale”, quella di tutti i giorni, come è auspicabile che una persona si comporti nella realtà, è probabile che l’educazione digitale sia semplicemente una conseguenza di questa, dunque neppure così difficile da fare propria. Trovare improbabili giustificazioni quando i propri figli fanno cazzate online non ha senso e non è utile per nessuno.

Non ho ricette magiche ma posso raccontare quello che ho sempre detto a mio figlio, che ha 11 anni e, grazie al cielo, per ora non si è mai messo nella condizione di comportarsi male o non molto, almeno. Certo, si dice ci sia sempre una prima volta, quindi incrocio le dita e vado avanti cercando di insegnargli quello che reputo giusto. Poi, si vedrà.

Per quanto riguarda la Rete, gli ho sempre detto che è una grande opportunità ma anche un grande pericolo perché non si sa mai chi possa esserci dall’altra parte del monitor o dell’apparecchio. Quindi di stare sempre attento, sia ai “toni” da tenere in una conversazione online, sia alle cose che scrive. Gli ho spiegato che qualsiasi cosa una persona scriva sul web, resta per sempre, anche quando viene cancellata (pensate che, ancora oggi, riesco a trovare post scritti su “La Voce delle Mamme”, il mio primo blog chiuso ormai da anni, utilizzando un semplice software), gli ho spiegato che basta uno screenshot per condividere sui social e rendere pubblica, una conversazione o un’affermazione privata, scritta magari su WhatsApp. Gli ho spiegato che è sempre meglio non rispondere alle provocazioni online, che è sempre meglio pensare prima di iniziare a digitare compulsivamente solo perché chi è dall’altra parte si aspetta una risposta rapida. Gli ho spiegato di non scrivere in stampatello perché sui social indica un tono di voce alta, aggressiva, che equivale ad urlare, insomma. Gli ho detto di non insultare mai nessuno e se qualcuno dovesse farlo con lui o con altri, di non rispondere neanche, di non intervenire, che non ne vale la pena, gli ho detto – in caso – di venire pure da me, ché una soluzione la si trova sempre. Gli ho detto di cercare di essere sempre educato anche quando gli altri non lo sono e (questa è un po’ da Telefono Azzurro, lo ammetto…), di cercare di non mettersi mai nella condizione per cui altri possano venire a dirmi che mio figlio è un maleducato. Gli ho spiegato che condividere in una chat, foto o filmati di altre persone a loro insaputa (anche fosse solo all’interno di un gruppo di WhatsApp, ché basta un secondo per fare uno screenshot e divulgare l’immagine su Facebook, per dire…) è un reato e, dato che il suo telefonino è intestato a noi (in realtà a suo padre), siamo noi adulti a rispondere di sue eventuali stupidate.

Gli ho sempre detto di cercare di non fare mai agli altri ciò che non vorrebbe fosse fatto a lui, e vale anche in Rete. Incrocio le dita, ecco. Consapevole che alcuni comportamenti online poco simpatici, possano essere classificati come pre-cyberbullismo e che vadano troncati sul nascere. Punto.

E aggiungo che mai – come oggi – sono contenta che quest’anno Mammekids Life & Technology sia diventato Mammekids InTour2017; Tour che inizierà già dal prossimo aprile e che proseguirà fino ad autunno 2017, vedendoci impegnati, insieme a noti “esperti” (proprio tanto “esperti”) a parlare di bullismo e cyberbullismo direttamente con i ragazzi di importanti scuole di Milano. Anche se un incontro, in effetti, ci è stato richiesto per i genitori.

Antonella Pfeiffer  

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