Non scrivo un post “personale” da molto tempo ma ogni tanto ci ricasco. Oggi è un’altra volta.

Ho scritto e pubblicato meno, in generale, in questi mesi. Non per scelta ma perché ho davvero investito tantissimo tempo nella costruzione di un’idea che entro qualche mese diventerà realtà (per ora di reale c’è solo una mia minuscola srl) e trovare, la sera, dieci minuti (o la voglia) di piazzarmi ancora davanti al pc è stato difficile. I contenuti non mi mancano, ricevo decine di comunicati stampa al giorno, se li programmassi tutti sarei a posto da qui ai prossimi due o tre anni. A volte mi domando perché non lo faccia, perché un bel giorno non mi metta lì e via, che tanto, l’unica cosa che conta è essere su Google. Come, non importa. O sì?

Non ho neppure partecipato (credo di non averlo mai fatto) al “gioco” che negli ultimi tempi va alla grande nel web, almeno per quanto riguarda alcuni blog: “Una tragedia, un post sul blog”, da pubblicare possibilmente nello stesso giorno così voli in alto, in serp dico. No, non ho scritto i post: 5 idee per non dimenticare i figli in auto, perché i genitori si dimenticano i figli in auto, come spiegare il terrorismo ai bambini, 5 motivi per vaccinare i propri figli, morbillo perché vaccinare, morbillo perché non vaccinare, perché andare a Londra con i bambini, Londra perché non dobbiamo avere paura. Questi titoli naturalmente sono inventati ma se volete usateli pure, intanto io… “non gioco”. Non voglio. Parole chiave: vaccini, auto, figli, bambini, morbillo, terrorismo, Londra (o la città dell’ultimo attentato, anche “attentato” spacca), infilatele nelle prime cinque righe del vostro post, magari ripetetele mille volte nel testo in caso non si fosse ben capito, sistemate lo slug e via.

No, questo modo di “bloggare” non mi piace.

Sono stanca, tantissimo. Di leggere sempre le stesse cose non solo sui blog ma anche sui social, sono stanca degli “webeti”, come li chiama Mentana. Quelli bravissimi a giudicare tutto e tutti tranne se stessi. Quelli che tutti gli altri sbagliano, loro no. Eh certo, sui social sono tutti fighi, riescono a dirti qualsiasi cosa. Nella realtà no, se ti incontrano ti riempiono di così tanti sorrisi che la dignità non sanno neanche cosa sia.

Sono stanca di leggere l’odio, ecco.

Sono stanca di vedere super blogger (ma davvero) doversi difendere continuamente per ogni status che pubblicano sulla propria bacheca di Facebook. Lo sappiamo solo noi che per “mestiere” scriviamo nel web (beh, non tutte…), che alcuni argomenti li affronti proprio sul tuo profilo personale perché hai un’anima, forse non hai abbastanza pelo sullo stomaco e non ti sembra giusto, corretto o etico, utilizzare tragedie per “indicizzarti”, quando comunque hai qualcosa da dire. Ieri avrei voluto scriverlo a Claudia: “Lascia stare, non devi giustificarti di nulla: hai espresso la tua opinione. Va bene così, lascia perdere”. Perché una blogger, con il tempo lo impara, che il suo profilo personale su Facebook, è l’unica cosa a rimanere un po’ (pochissimo in realtà) “sua”. Il resto è di tutti.

Ne parlavo in settimana con altre amiche, quelle “vecchie”, quelle che come me sono nel web da un po’. Le pioniere, come dice Arianna, quelle che il proprio blog se lo sono costruite non capendoci inizialmente una cippa, smanettando su blogspot, che wordpress “sembrava” troppo difficile. Quelle che all’ennesimo “Ma tu che lavoro fai?” hanno imparato a rispondere “Scrivo al computer” perché se dicevi “blogger” non capiva niente nessuno e ti guardavano (anche gli amici) come se fossi una “strana” e pure “Asociale”, a perdere tutto quel tempo davanti a un monitor. Siamo quelle che tempo fa hanno avuto un’intuizione, hanno trovato una strada e l’hanno seguita, anche senza sapere dove di preciso portasse o, meglio, come sarebbe stato dopo. Siamo quelle che ci hanno creduto quando non ci credeva ancora nessuno, quando tutti dicevano ma cosa perdi tempo che il web è una moda, passerà, i giornali sono di carta, cercati un lavoro vero e blablablabla. E ti viene da ridere pensando, per assurdo, che è proprio chi ti parlava così che ora ti chiede consigli per sapere come si fa, a stare nel web. Pensando che tu abbia la risposta.

Beh, ricordavo quanto fosse bello all’inizio, scrivere davvero di tutto quello che ci passasse per la mente, a quanto fosse bello non essere giudicate per ogni frase o virgola scrivessimo. Quanto eravamo più libere, e più noi. Quando il confronto era sano, costruttivo e aveva ancora valore. Per noi che ormai ci leggiamo da così tanti anni da riuscire a capire anche da un solo status quando una è in pieno “ciclo”, quando è in crisi, quando ha bisogno di una vacanza, quando è stufa o quando necessita di una spinta e allora giù a scriverle “non mollare” proprio adesso che ce l’ha quasi fatta, dico.

Mi manca quel tempo e non mi piace quello che sta diventando lo “scambio” sui social. Sono adulta e vaccinata, so come vanno queste cose ma sono stanca dei continui battibecchi, delle piccole invidie, delle cattiverie gratuite. O delle frasi stronze buttate non a caso lì come commento proprio da chi dice di essere tua amica ma intanto tu lo sai che, se potesse, ti pugnalerebbe alle spalle.

Mi manca il tempo in cui, almeno tra di noi, eravamo meno stronze. In cui ci prendevamo meno sul serio ed era naturale gioire per i piccoli successi altrui, a quando eravamo noi e non i nostri blog. Quando eri Antonella e non Mammekids o Donne Magazine (o La Voce delle Mamme). Quando per ringraziarti per avere accettato “l’amicizia”, ti scrivevano in bacheca semplicemente un grazie senza inserire il link del loro neonato blog.

Ha detto bene Barbara, che l’importante è riuscire a ritagliarsi il proprio “spazio felice” nel web e in effetti i nostri blog, per noi, lo sono. Ѐ quello che ho intenzione di fare; coltivare il mio piccolo spazio felice, mettendoci dentro solo le persone che apprezzo e che stimo, lasciando fuori l’ipocrisia e tutte le energie negative che circolano in rete, quelle che pian pianino cercano di avvelenare anche me. Sì, lasciando fuori sostanzialmente le persone cattive, quelle che sanno solo odiare senza mai mettersi in gioco.

Questo è quanto. Io non smetterò mai di scrivere, anche se nel web ci sono tante cose che non mi piacciono. No, non mi sposto, non mi scanso. Ci sono, anche le volte in cui “non gioco a certi giochi” perché non voglio perdere il “cuore” o perché non mi piace fare a gara. Ma ci sono, ancora e sempre a modo mio. E perché, grazie al cielo (grazie!), c’è gente che mi segue che ogni tanto mi ricorda cosa voglia dire per me scrivere e fare parte di questo mondo, anche le volte in cui vorrei fuggire.

E grazie a Diana, ad Anna, a Marta, a Serena, a Barbara, a Claudia, a Dalia, all’altra Arianna così diversa da me ma così empatica, a Silvia, a Emanuela, all’altra Diana e a tutte quelle che non scrivo per il loro modo, inconsapevole, di darmi sempre una pacca sulla spalla dicendomi “non mollare”, tutte le volte che magari avrei voglia di farlo.

Antonella Pfeiffer

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