Ho un rapporto di amore e odio nei confronti del web. Non è un male, secondo me, perché a volte ciò permette di avere una visione distaccata e oggettiva della “realtà” in cui si è immersi, e trarre delle considerazioni (che poi abbiano senso o valore è un altro discorso). Anche di correggere, in tempo, certi pensieri e certi comportamenti. Di accorgersi quando si “esagera”, quando si ha bisogno di disintossicarsi dall’esposizione a tutte le informazioni e dagli input che costantemente si ricevono.

La fregatura di molti della mia generazione è che ci ricordiamo come fosse la vita prima, quando la tecnologia (poca roba, allora) la si utilizzava e non ci si lasciava utilizzare da essa, quando era soltanto uno strumento e non parte di sé. A come fosse la vita quando si usava ancora solo carta e penna per fare i compiti, quando non c’era Wikipedia ma la Garzanti (10 chili al tomo). Quando c’erano solo il telefono fisso e le cabine telefoniche. Quando non esisteva WhatsApp (o i gruppi su WhatsApp) e la gente non si incazzava per un messaggio visualizzato senza risposta e non controllava il primo o l’ultimo orario in cui ti sei collegato… e per il resto eri libero, anche di non esserci o di non volere rispondere. Quando, finita la scuola, mangiavi, facevi i compiti di corsa e correvi in giardino a giocare, inverno o primavera che fosse. Quando magari non eri impegnato in mille attività extrascolastiche (basket, calcio, catechismo, inglese, giapponese, marketing per bambini, neuroscienze e cose del genere) ma avevi tanto tempo “da perdere” andando in bicicletta, sugli schettini, a saltare con la corda, a fare acrobazie con l’elastico, a giocare a pallavolo, a nascondino, a palla prigioniera, a un due tre stella, a cantare la sigla di Happy Days o di Goldrake con gli amici. Quando avevi anche il tempo di annoiarti, e magari di riflettere. Quando a te, bambino, non erano richieste particolari performance ma semplicemente di fare il bambino, di giocare e di divertirti, addirittura di “sudare” e di “sporcarti”. E i genitori, quando non lavoravano, facevano i genitori e non gli adolescenti sui social.

Non starò a dire cosa ami del web, non parlerò della comunicazione più svelta, più facile, delle grandi opportunità – anche lavorative pensando ai “contatti” – che offre. Il web, quando è usato “bene”, è positivo. Nel mondo di oggi è indispensabile. Non ci piove.

Solo che non ci siamo accorti che non è più il futuro ma il presente e ci siamo dentro fino al collo, tutti. Il futuro, neanche troppo lontano, è la realtà aumentata e un domani saremo talmente fighi da vivere (vivere?) le realtà che avremo voglia, creeremo le emozioni che vorremo e ci illuderemo di provare tutte le esperienze del mondo. Sì, in una stanza, per finta e da soli. Bellissimo.

Siamo sempre “connessi”, sempre online, pronti a interagire all’istante con chiunque, ché se “non ci sei”, se non rispondi in un nanosecondo a chi ti cerca, non sei abbastanza “social”, non sei sul pezzo e non va bene.

Siamo diventati, noi quarantenni di oggi (molti di quelli che lavorano come me nel web, soprattutto i blogger, almeno), senza accorgercene, quelli della “visibilità” ad ogni costo. Quelli che pur di esserci (nel web) rischiano di rendersi ridicoli, non tanto agli occhi degli altri quanto a se stessi. Quelli che se “non ci sono”, hanno paura di non esistere. Siamo diventati quelli che non si ricordano più cosa dovrebbe essere la vita, cosa sia l’immensità anche di un solo sguardo o di una sola carezza rispetto a 20 mila like. Omologatissimi, proprio. Ci stiamo sbagliando, ragazzi. O ci siamo sbagliati. Ci siamo incartati, o incastrati.

Abbiamo a disposizione mille strumenti tecnologici. Usiamoli pure ma bene. Sfruttiamoli, non lasciamoci sfruttare. Non perdiamoci di vista. Lo dico a chi fa il lavoro che faccio io [anche se in realtà verrà modificato notevolmente perché chi mi conosce bene sa quanto odi l’apparenza, quanto non mi importi nulla del fumo e quanto guardi invece all’arrosto, quanto mi pesi fare quella che si fa i selfie agli eventi “fighi” solo per far vedere (ma a chi?) che lei c’è (ecchissenefrega, dico pure, no?), perché ho 44 anni e la “Ferragni de’noantri” preferisco farla fare a chi ci tiene davvero, ché la sera mi piace stare a casa mia. Perché ho degli obiettivi da raggiungere, perché il web lo voglio usare per “costruire” qualcosa di concreto nella realtà e perché non mi basta essere solo un Like. E se proprio devo esserlo, almeno voglio esserlo a modo mio].

Sapete cosa penso del web? Che non dovremmo mai smettere di ripetere ai nostri figli che, anche se ormai è “congenito” avere un’identità digitale strettamente collegata a quella reale, alla fine, la vita “vera” è e sarà sempre quella che si vive nel reale, non nel virtuale. Noi genitori dovremmo anche ricordarci che i valori, ai nostri figli, si insegnano parlando con loro, non solo tra di noi, nei vari gruppi in cui spesso invece di confronti utili, si gioca a fare a chi è il più bullo. Diciamoglielo che le brave persone nel web, prima di tutto lo sono nella realtà.

Spieghiamo ai nostri figli che, qualsiasi cosa facciano nella vita, la tecnologia deve essere solo uno “strumento”, un “mezzo”, una facilitazione per Essere e Vivere nella realtà. Insegniamo loro a “guidare” mostrandogli tutti i pezzetti del puzzle e, bene, i due lati della medaglia. Diciamoglielo, di essere intelligenti. Più di noi, per lo meno.

E mandiamoli in giardino a giocare e a sporcarsi.

Antonella Pfeiffer

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